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Quando tuo figlio è in lutto: aiutare senza costringere

October 10, 2026•5 min read

Ti sarà capitato di pensare: “Perché un giorno sembra più sereno e il giorno dopo è di nuovo a pezzi?”

Ci sono momenti in cui essere genitori diventa improvvisamente molto più difficile. Tuo figlio sta soffrendo, e tu lo vedi. Magari non parla. Oppure parla continuamente di quello che è successo. Un giorno sembra stare bene: scherza, gioca, studia, lavora, incontra gli amici. Il giorno dopo basta una fotografia, una frase, una ricorrenza o un pensiero per riportarlo dentro quel dolore.

E tu non sai più cosa fare. Ti chiedi:

“Devo parlargli della perdita o rischio di farlo stare peggio?”
“Devo lasciarlo tranquillo oppure dovrei cercare di scuoterlo?”
“Perché ieri sembrava sereno e oggi è di nuovo così triste?”

E soprattutto: “Sto facendo la cosa giusta come genitore?”

Se ti sei posto anche una sola di queste domande, c’è una cosa che vorrei dirti subito: non stai sbagliando. Significa, invece, che stai cercando di prenderti cura di tuo figlio in una situazione per cui nessun genitore ha un manuale già pronto.

E forse c’è qualcosa che ancora non sai sul modo in cui i figli attraversano una perdita. Qualcosa che può cambiare profondamente il modo in cui guardi quei momenti in cui sembra stare male.

Ma arriviamoci con calma.

Quando vediamo soffrire un figlio, è quasi naturale voler intervenire. Vorremmo trovare le parole giuste, spiegare, rassicurare, distrarre, riportare un po’ di normalità.

E allora può succedere qualcosa di molto umano. Se nostro figlio piange, cerchiamo di farlo smettere. Se non parla, proviamo a farlo parlare. Se si chiude in camera, insistiamo per farlo uscire o accettare che entriamo. Se invece sembra stare bene, tiriamo un sospiro di sollievo: “Finalmente.” E magari, proprio in quel momento, ci diciamo: “Adesso dobbiamo andare avanti.”

Non perché il dolore non ci importi. Al contrario: lo facciamo perché ci importa moltissimo. Vedere soffrire un figlio può essere più difficile che affrontare la nostra stessa sofferenza.

Così, senza rendercene conto, ci cristallizziamo sul dolore oppure guardiamo solo all’andare avanti.

Ma c’è un particolare importante: tuo figlio potrebbe aver bisogno di entrambe le cose.

Per tanto tempo si è pensato che, per elaborare un lutto, bisognasse “affrontarlo” sempre e a fondo: parlarne, piangere, non distrarsi. Nel 1999 due ricercatori, Margaret Stroebe e Henk Schut, hanno messo in discussione questa idea e hanno proposto il Modello del Processo Duale (Dual Process Model of Coping with Bereavement), pubblicato sulla rivista Death Studies.

L’idea di fondo è sorprendentemente semplice: nel lutto non ci muoviamo in una sola direzione.

Ci sono momenti in cui siamo rivolti verso la perdita: pensiamo alla persona che non c’è più, sentiamo la mancanza, ricordiamo, piangiamo, facciamo domande.

E ci sono momenti in cui siamo rivolti verso ciò che continua: la scuola, gli amici, il gioco, lo sport, i compiti, una passeggiata, una risata, le piccole responsabilità di ogni giorno.

Stroebe e Schut chiamano queste due direzioni orientamento alla perdita e orientamento alla ricostruzione. E la parte forse più importante è questa: non è necessario restare sempre dalla stessa parte. Il modello descrive proprio un movimento, un’oscillazione tra le due. Gli autori sostengono anche che prendersi delle pause, da entrambi i versanti, faccia parte di un buon adattamento alla perdita.

Davvero? Si, la pausa non è il contrario dell’elaborazione. Ne fa parte.

Applicando il modello alle relazioni familiari, questo significa che tuo figlio può piangere al mattino e giocare al pomeriggio o andare in discoteca alla sera. Può parlare della persona che ha perso e, pochi minuti dopo, chiederti cosa c’è per cena. Può avere una giornata apparentemente normale e poi stare male all’improvviso. Può desiderare di parlare. E può desiderare di non farlo.

Queste cose non si escludono.

Forse il cambiamento più importante è questo: non devi scegliere tra “parlare del lutto” e “tornare alla normalità”. Puoi fare spazio a entrambi.

Tuo figlio dice: “Mi manca tantissimo.” Puoi semplicemente rispondere: “Lo so. Oggi ti manca proprio tanto.” Non devi aggiungere una spiegazione. Non devi risolvere. Puoi esserci. E qualche ora dopo, se ti chiede: “Usciamo a prendere un gelato?”, puoi andare. Senza pensare: “Ma allora non è più triste?” La tristezza e il gelato possono stare nello stesso pomeriggio.

Inoltre, lascia che sia lui a indicare la direzione.

Immagina questa scena. Siete in macchina. Tuo figlio guarda fuori dal finestrino e dice: “Mi è venuto in mente nonno.” Potresti pensare: “Adesso devo trovare le parole giuste.” Ma forse non servono parole speciali. Puoi dire: “Ti va di raccontarmi cosa ti è venuto in mente?” E poi ascoltare.

Se continua, resti con lui. Se cambia argomento, lo segui. Non devi riportarlo continuamente al lutto. Puoi lasciargli la possibilità di entrare e uscire da quel dolore.

È una piccola differenza, ma può cambiare molto il modo in cui tuo figlio vive la relazione con te: sa che con te non deve scegliere se essere triste o essere sé stesso.

E, infine, una cosa che sembra quasi banale: continuare a vivere.

Fare colazione. Studiare. Andare a lavoro. Accompagnarlo agli allenamenti. Guardare un film. Preparare la cena. Ridere per una battuta che fa ridere solo voi. Fare una passeggiata. Organizzare qualcosa per il fine settimana.

Non sono gesti che “distraggono dal lutto”. Possono essere piccoli punti d’appoggio mentre la famiglia cerca un nuovo equilibrio. Il modello di Stroebe e Schut descrive proprio questa dimensione di ricostruzione: far fronte alle richieste della vita che continua, mentre il dolore della perdita resta parte dell’esperienza.

E per un figlio può essere importante sapere che, anche dopo ciò che è accaduto, alcune cose della sua vita restano affidabili.

Quando fermarsi a chiedere aiuto?

A rendere difficile un lutto non è l’oscillare, ma il restare fermi. Se tuo figlio, per un tempo lungo, sembra bloccato in un solo punto, sempre immerso nel dolore, senza mai un respiro, oppure sempre lontano da qualsiasi emozione, senza mai lasciarle spazio, o se ti accorgi che le sue giornate ne risentono in modo importante, chiedere il parere di uno psicologo non è un fallimento. È un altro modo di prenderti cura di lui.

Giovanni Masciarelli

Giovanni Masciarelli

Aiuto le madri e i padri di figli che attraversano un lutto a trasformare il dolore in rinascita attraverso il Parental Training Narrativo Online, senza cadere nella trappola dell’impotenza, della solitudine e del senso di colpa.

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