
Il termine “Parent Training” significa “allenamento per genitori. Richiede consapevolezza, condivisione emotiva e alleanza strategica. L’obiettivo è accompagnarti - attraverso 12 incontri - dal sentirti solo, impotente e preda di sensi di colpa all'essere un genitore presente e consapevole.
Sei un genitore di un figlio che sta attraversando un lutto?
Senti un profondo senso di impotenza e inadeguatezza: sei tormentato da timore che tuo figlio non possa farcela, ti senti spesso in colpa e sei bloccato dall'imbarazzo, frenato dalla costante paura di sbagliare parole o azioni e di pesare sulla sua sofferenza.
Vorresti vederlo di nuovo sereno e sentirti capace di sostenerlo.
Vorresti imparare a gestire meglio la relazione con lui, acquisendo strumenti necessari per una comunicazione basata comprensione e fiducia reciproca.
Desideri sentirti un buon genitore nella vita di tutti i giorni.
Durante una consulenza gratuita di 30 minuti ascolterò la tua situazione e ti aiuterò a capire quale può essere il primo passo concreto.
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C’è una frase che sento pronunciare più di ogni altra. Non arriva subito, di solito viene sussurrata dopo i primi minuti di silenzio, mentre gli occhi cercano il pavimento.
“Dottore, noi siamo una famiglia normale. Abbiamo sempre superato tutto. Pensavamo... pensavamo che ce l’avremmo fatta da soli”.
In quel “ce la dobbiamo fare da soli” non c’è solo dolore. C’è orgoglio, c’è la storia di una famiglia perbene, e c'è un'invisibile, spietata trappola mentale. Se state attraversando il momento più buio della vostra vita insieme ai vostri figli, è molto probabile che vi siate detti questa stessa frase.
Oggi voglio svelarvi perché questo pensiero, che sembra così dignitoso e forte, è in realtà il nemico più pericoloso per lo star bene della vostra famiglia. E c'è un motivo preciso, quasi scientifico, per cui proprio le "famiglie normali" sono quelle che rischiano di soffrire più a lungo.
L'illusione della "Famiglia funzionante"
Siamo cresciuti con l'idea che chiedere aiuto sia il sintomo di un fallimento. Nella nostra cultura, la stabilità è un valore: sappiamo gestire il mutuo, il lavoro, l'educazione dei figli, le piccole crisi quotidiane. Abbiamo gli strumenti per farlo.
Poi, arriva l'imponderabile. Una perdita profonda, un lutto che squarcia il tessuto della casa.
In quel momento scatta un meccanismo automatico: il mito dell'autosufficienza. Ci si barrica dentro le mura domestiche per proteggere i figli, convinti che l'amore familiare sia un anestetico sufficiente. Ci si dice: “Chi può capire il nostro dolore meglio di noi?”
La risposta a questa domanda vi sorprenderà, ed è il motivo per cui restare isolati può persino peggiorare le cose.
Il vicolo cieco degli sguardi incrociati
Quando un lutto colpisce una famiglia, accade un fenomeno psicologico molto preciso: la paralisi degli specchi.
I figli guardano i genitori per capire se sopravviveranno al dolore. I genitori guardano i figli con il terrore di vederli crollare. Il risultato? Tutti iniziano a recitare.
●I genitori trattengono le lacrime per "essere forti" davanti ai figli.
●I figli nascondono la propria tristezza per "non dare un dispiacere" ai genitori già devastati.
Si crea un silenzio irreale, dove ognuno protegge l'altro ma nessuno si cura. Pensateci: come può una ferita guarire se l'unica regola della casa diventa "facciamo finta che non faccia così male"? È qui che l'autosufficienza si trasforma in isolamento.
Le tre grandi obiezioni (e perché sono false)
Inoltre, di fronte alla possibilità di un aiuto nel gestire il lutto dei figli, possono presentarsi tre resistenze invisibili:
●"Se andiamo dallo psicologo, mio figlio penserà di essere malato o 'sbagliato'."
I bambini e i ragazzi non temono lo psicologo; temono i tabù dei grandi. Un percorso terapeutico non serve a "curare una malattia", ma a dare parole a un'emozione che altrimenti diventerebbe un sintomo (ansia, calo scolastico, rabbia improvvisa).
●"Il tempo guarisce tutte le ferite."
Il tempo, da solo, non guarisce nulla. Il tempo cicatrizza solo quello che viene curato. Una ferita emotiva trascurata si infetta, e si rischia di portarsi dietro nodi irrisolti per tutta l'età adulta.
●"Siamo una famiglia normale, non abbiamo mica problemi mentali!"
Questo è un pregiudizio molto radicato. Chiedere aiuto per un lutto non significa essere "matti". Significa riconoscere che è crollato il soffitto e che serve un ingegnere per ricostruirlo. Non vi sognereste mai di gessarvi una gamba da soli, giusto? Allora perché farlo con il cuore di vostro figlio?
Il coraggio di fare un passo indietro
Accettare un intervento esterno non significa che avete fallito come genitori. Al contrario. Significa che state amando così tanto i vostri figli da mettere il loro benessere davanti al vostro orgoglio.
Un terapeuta esperto in età evolutiva non entra nella vostra vita per sostituirsi a voi, ma per fare da "traduttore". Aiuta i ragazzi a tirare fuori ciò che non vi diranno mai per paura di ferirvi, e aiuta voi a respirare, togliendovi di dosso quel peso insostenibile di dover essere "perfetti e invulnerabili" proprio ora.
La domanda che cambia tutto
Vorrei lasciarvi con una riflessione, forse un po' scomoda, ma necessaria.
Guardate i vostri figli stasera, mentre cenano o mentre sono in camera loro. Chiedetevi: se potessero scegliere, preferirebbero avere dei genitori che "fanno tutto da soli" ma sono logorati dentro, o genitori che hanno avuto il coraggio di chiedere una mappa per uscire insieme dal bosco?
La forza non è non cadere mai. La vera forza, quella che i vostri figli si ricorderanno per sempre, è sapere quando è il momento di tendere la mano. Non siete soli. E non dovete esserlo per forza.
Giovanni Masciarelli – Psicologo/a
Professionista iscritto all'Albo degli Psicologi della Regione Lazio n. 6375
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