Chi sono

Breve bio

Sono uno psicologo e psicoterapeuta. Per tantissimi anni ho lavorato in un campo molto specifico: la neuropsicologia e la riabilitazione cognitiva dei bambini. In parole semplici, aiutavo i più piccoli a superare le difficoltà dell’attenzione, della memoria, del linguaggio, di altre funzioni della mente durante la loro crescita, e usavo il Parent Training per insegnare a mamme e papà come aiutarli a casa nel modo giusto.

Poi, la vita mi ha portato a incontrare storie diverse. Negli ultimi anni il mio cammino si è incrociato sempre di più con famiglie che avevano subìto un dolore grande: la perdita di una persona cara, di un animale del cuore o un grande distacco. Ho visto nei loro occhi la paura di sbagliare, la tristezza e quel senso di impotenza di chi vorrebbe "aggiustare le cose" per il proprio figlio ma non sa come fare.

Ho capito che tutta la mia esperienza con i bambini e con i genitori poteva servire a qualcosa di nuovo e importantissimo: aiutarti a diventare il porto sicuro di cui tuo figlio ha bisogno oggi, senza che tu debba crollare insieme a lui.

Il Metodo

Oggi ho unito la mia lunga esperienza con i bambini a un approccio speciale che si chiama Parent Training Narrativo. Il mio approccio si basa sul fatto che ognuno di noi dà un significato diverso a quello che gli succede; questo modo di vedere le cose cambia le nostre giornate e può creare blocchi o paure. Non ti darò dei libretti di istruzioni freddi ma attraverso la costruzione di una storia, ti darò strumenti concreti per capire il punto di vista di tuo figlio per superare insieme i momenti più difficili.

L’idea centrale del metodo è che le nostre vite sono fatte di storie, ma noi non siamo i nostri problemi.

Il Parent Training è approvato da studi scientifici in tutto il mondo. Dimostra che, quando un genitore viene sostenuto, anche il figlio ritrova prima la serenità.

Qui nessuno ti giudicherà. Non sei un cattivo genitore se ti senti fragile, stanco o pieno di sensi di colpa. Sei solo un essere umano che ama tantissimo suo figlio. Puoi posare l'armatura: faremo questo pezzo di strada insieme

Giovanni Masciarelli

Aiuto le madri e i padri di figli che attraversano un lutto a trasformare il dolore in rinascita attraverso il Parent Training Narrativo Online, senza cadere nella trappola dell’impotenza, della solitudine e del senso di colpa.

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Specchi circolari in cornici sovrapposte alle quali sono attaccate piccole medaglie

“Ce la dobbiamo fare da soli”: pregiudizi e obiezioni che ci allontanano dall’aiuto nel lutto dei figli

August 10, 20264 min read

C’è una frase che sento pronunciare più di ogni altra. Non arriva subito, di solito viene sussurrata dopo i primi minuti di silenzio, mentre gli occhi cercano il pavimento.

“Dottore, noi siamo una famiglia normale. Abbiamo sempre superato tutto. Pensavamo... pensavamo che ce l’avremmo fatta da soli”.

In quel “ce la dobbiamo fare da soli” non c’è solo dolore. C’è orgoglio, c’è la storia di una famiglia perbene, e c'è un'invisibile, spietata trappola mentale. Se state attraversando il momento più buio della vostra vita insieme ai vostri figli, è molto probabile che vi siate detti questa stessa frase.

Oggi voglio svelarvi perché questo pensiero, che sembra così dignitoso e forte, è in realtà il nemico più pericoloso per lo star bene della vostra famiglia. E c'è un motivo preciso, quasi scientifico, per cui proprio le "famiglie normali" sono quelle che rischiano di soffrire più a lungo.

L'illusione della "Famiglia funzionante"

Siamo cresciuti con l'idea che chiedere aiuto sia il sintomo di un fallimento. Nella nostra cultura, la stabilità è un valore: sappiamo gestire il mutuo, il lavoro, l'educazione dei figli, le piccole crisi quotidiane. Abbiamo gli strumenti per farlo.

Poi, arriva l'imponderabile. Una perdita profonda, un lutto che squarcia il tessuto della casa.

In quel momento scatta un meccanismo automatico: il mito dell'autosufficienza. Ci si barrica dentro le mura domestiche per proteggere i figli, convinti che l'amore familiare sia un anestetico sufficiente. Ci si dice: “Chi può capire il nostro dolore meglio di noi?”

La risposta a questa domanda vi sorprenderà, ed è il motivo per cui restare isolati può persino peggiorare le cose.

Il vicolo cieco degli sguardi incrociati

Quando un lutto colpisce una famiglia, accade un fenomeno psicologico molto preciso: la paralisi degli specchi.

I figli guardano i genitori per capire se sopravviveranno al dolore. I genitori guardano i figli con il terrore di vederli crollare. Il risultato? Tutti iniziano a recitare.

I genitori trattengono le lacrime per "essere forti" davanti ai figli.

I figli nascondono la propria tristezza per "non dare un dispiacere" ai genitori già devastati.

Si crea un silenzio irreale, dove ognuno protegge l'altro ma nessuno si cura. Pensateci: come può una ferita guarire se l'unica regola della casa diventa "facciamo finta che non faccia così male"? È qui che l'autosufficienza si trasforma in isolamento.

Le tre grandi obiezioni (e perché sono false)

Inoltre, di fronte alla possibilità di un aiuto nel gestire il lutto dei figli, possono presentarsi tre resistenze invisibili:

"Se andiamo dallo psicologo, mio figlio penserà di essere malato o 'sbagliato'."

I bambini e i ragazzi non temono lo psicologo; temono i tabù dei grandi. Un percorso terapeutico non serve a "curare una malattia", ma a dare parole a un'emozione che altrimenti diventerebbe un sintomo (ansia, calo scolastico, rabbia improvvisa).

"Il tempo guarisce tutte le ferite."

Il tempo, da solo, non guarisce nulla. Il tempo cicatrizza solo quello che viene curato. Una ferita emotiva trascurata si infetta, e si rischia di portarsi dietro nodi irrisolti per tutta l'età adulta.

"Siamo una famiglia normale, non abbiamo mica problemi mentali!"

Questo è un pregiudizio molto radicato. Chiedere aiuto per un lutto non significa essere "matti". Significa riconoscere che è crollato il soffitto e che serve un ingegnere per ricostruirlo. Non vi sognereste mai di gessarvi una gamba da soli, giusto? Allora perché farlo con il cuore di vostro figlio?

Il coraggio di fare un passo indietro

Accettare un intervento esterno non significa che avete fallito come genitori. Al contrario. Significa che state amando così tanto i vostri figli da mettere il loro benessere davanti al vostro orgoglio.

Un terapeuta esperto in età evolutiva non entra nella vostra vita per sostituirsi a voi, ma per fare da "traduttore". Aiuta i ragazzi a tirare fuori ciò che non vi diranno mai per paura di ferirvi, e aiuta voi a respirare, togliendovi di dosso quel peso insostenibile di dover essere "perfetti e invulnerabili" proprio ora.

La domanda che cambia tutto

Vorrei lasciarvi con una riflessione, forse un po' scomoda, ma necessaria.

Guardate i vostri figli stasera, mentre cenano o mentre sono in camera loro. Chiedetevi: se potessero scegliere, preferirebbero avere dei genitori che "fanno tutto da soli" ma sono logorati dentro, o genitori che hanno avuto il coraggio di chiedere una mappa per uscire insieme dal bosco?

La forza non è non cadere mai. La vera forza, quella che i vostri figli si ricorderanno per sempre, è sapere quando è il momento di tendere la mano. Non siete soli. E non dovete esserlo per forza.

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Giovanni Masciarelli

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